Nuova importante pronuncia della Corte di Cassazione in tema di indennità di accompagnamento

Con l’ordinanza n. 25255 del 27/11/2014, la Suprema Corte è tornata a pronunciarsi sul tema dei requisiti sanitari necessari per il riconoscimento del diritto alla percezione dell’indennità di accompagnamento in favore dei cittadini o stranieri legalmente residenti in Italia già dichiarati invalidi civili al 100% dall’INPS.

Questa previdenza economica, introdotta dalla legge n. 18/1980, consiste nel pagamento di una somma mensile – pari ad € 504,07 per il 2014, per dodici mensilità complessive – in favore degli invalidi civili al 100%, anche se minori degli anni diciotto, che si trovino nell’impossibilità di deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore o, non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita, necessitino di un’assistenza continua.

Proprio l’interpretazione dei due requisiti sanitari da ultimo citati – impossibilità di deambulare ovvero incapacità a compiere in autonomia gli atti della vita quotidiana – ha comportato difformi valutazioni da parte dei giudici di merito sfociate, nel corso dell’ultimo decennio, in numerose pronunce dei giudici di legittimità.

Nel caso di specie, la pronuncia degli “ermellini” del 27 novembre 2014 si segnala per avere, ancora una volta, sottolineato la finalità dell’istituto dell’indennità di accompagnamento che è rivolto “principalmente a sostenere il nucleo familiare onde incoraggiare a farsi carico dei suddetti soggetti, evitando così il ricovero in istituti di cura e assistenza, con conseguente diminuzione della relativa spesa sociale“.

La Suprema Corte, inoltre, richiama il principio, già espresso con la pronuncia n. 5784 dell’11 aprile 2003, secondo cui la necessità di assistenza può manifestarsi in momenti contingenti nel corso della giornata e per il compimento di determinate attività non dovendosi intendere come neccessità di assistenza continuativa a svolgere tutte le svariate attività della vita quotidiana, potendosi alternare momenti di c.d. assistenza attiva e momenti di c.d. assistenza passiva.

Il discrimine, secondo i giudici della Cassazione, risiede nella importanza della tipologia di attività che il soggetto non è in grado di compiere in autonomia, potendosi trattare anche di una sola attività che per la sua rilevanza, in termini di salvaguardia della dignità e della sicurezza della salute delle persone, attesti di per sè la necessità di una effettiva assistenza giornaliera.

Sulla scorta dei superiori principi, la Suprema Corte ha cassato con rinvio alla Corte d’Appello competente, la sentenza impugnata che, errando, aveva ritenuto non meritevole del beneficio dell’indennità di accompagnamento un soggetto inabile al lavoro (ovverosia invalido civile al 100%) con una rilevante infermità mentale (oligofrenia di grado medio-grave in soggetto affetto da cerebropatia) per il quale il Consulente Tecnico d’Ufficio, nominato dalla Corte d’Appello, aveva evidenziato nella relazione peritale la necessità di “essere accompagnato per qualsiasi acquisto nei negozi” di “avere preparati i cibi e serviti” oltre che “di aiuto per ogni operazione di governo della casa“.

Avv. Gaetano Marino

I commenti sono chiusi.